
Esiste una varietà di cocomero che all’interno è bianco, è una di quelle piante poco conosciute e poco coltivate perché da crudo non ha nessun sapore, ha un odore fresco da cetriolo a non è molto utilizzabile in cucina così com’è ma dalle mie parti, in Romagna, è ben conosciuto e stimato per fare la marmellata. Anzi da bambina non conoscevo altri tipi di marmellata.

Ricordo dalla zia quando si preparava, in grosse quantità ovviamente per ottimizzare il tempo e il lavoro, tutti davamo una mano e diventava una festa quasi come la vendemmia. Lo zio tagliava il grosso cocomero, o meglio “la cocomera da marmellata” al femminile, a fette e le donne, eliminavano la scorza e tagliavano a quadretti la polpa togliendo anche i numerosi semini. Questo ultimo compito era anche mio ed era piuttosto noioso, ma mi facevo cullare e quasi ipnotizzare dalle voci degli adulti che parlavano, raccontavano, scherzavano. Una volta tagliato veniva messo un grossi tegami appositi che si tiravano fuori per queste occasioni, si metteva sopra lo zucchero e il limone (buccia e polpa tagliata a pezzetti) e si lasciava riposare qualche ora perché uscisse l’acqua di vegetazione.
In seguito si mettevano sul fuoco e iniziava la cottura che durava molto tempo. Quando i cubetti diventavano di un bel colore ambrato e traslucente come i canditi si metteva nei vasi, generalmente grossi, da un kg o due, quelli a molla con la guarnizione. Si chiudevano e si riponevano per poi essere utilizzati nelle crostate e nelle torte. Ovviamente nessuno si poneva il problema di consumare la confettura dopo l’apertura del vaso in breve tempo, a volte restava mesi aperta e …sono ancora qui a raccontarlo.
Quest’anno mi è stata regalata una bella “cocomera” e ho voluto fare la tradizionale confettura.
Ho tagliato a fette di un cm circa il cocomero e poi ho eliminato la buccia e tagliato a cubetti la polpa togliendo i semini. È stato un lavoro duro, lo ammetto!
Ho pesato la polpa e messa in due tegami (possibilmente bassi e larghi per favorire l’evaporazione), ho aggiunto 350 gr di zucchero per kg di polpa (anche 300 vanno bene perché essendo acquosa si riduce tantissimo) scorza di limone tritata e il succo di un limone e mezzo su circa 4/5 kg. ho lasciato riposare per alcune ore coperto. Ho poi acceso il fuoco e una volta ridotto il liquido di metà, ho aggiunto alcuni aromi, nel tegame più piccolo ho messo zenzero tritato e altra buccia di limone e in quello più grande ho messo un cucchiaino da caffè scarso di cannella, semini di 3 cardamomi e un cucchiaino di estratto di vaniglia.



Ho lasciato cuocere finchè è diventata traslucida e densa poi ho invasettato, chiuso e girato a testa in giù i vasetti per fare il sottovuoto. Volendo si può procedere alla sterilizzazione.
Se si preferisce una confettura più liscia, si può tritare col un frullatore ad immersione prima di mettere nei vasetti.
Eccola qua.

Le ho abbinato “In piedi sull’arcobaleno” un libro di Fannie Flagg, meglio conosciuta per il celeberrimo “Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop” i personaggi della quale vivono in un mondo sereno e pieno di amore, con personaggi stravaganti e pieni di umanità, ingenui e dolci, dove tutti si conoscono e si aiutano. Insomma i suoi romanzi, piacevoli e ben scritti, mi proiettano in un mondo utopisticamente “vintage”




